UOMO NERO INSIDE...

Bascelli Simone, alias l'uomo nero, vi invita a addentrarvi nella sua mente dove tutto è più nero che nero, e nei mondi Fantasy.

Ancora incredulo per quello che gli era successo correva in direzione del campo, ormai era quasi giunto a destinazione, il sole era sparito dietro le montagne, solo una piccola aurora, illuminava il finire del giorno. Parevano pochi secondi di corsa, in realtà era passata mezz’ora, ma dopo quella piccola avventura si sentiva carico di forze e si sentiva di poter correre per giorni e giorni. Infine giunse al campo, migliaia di orchi si accamparono su un versante della montagna, ormai finito il campo, la maggior parte di essi si stava riposando, anche mangiando a volontà la selvaggina che i cacciatori riportavano. Il nostro orco, raggiunto la tenda viveri, scaricò pesantemente i tre cervi sul bancone, cercando con lo sguardo la giovane di orco che aveva attirato la sua attenzione la mattina. Invano la cercava, non era presente per vedere il compimento del suo incarico. Per un attimo si spazientì per non riuscire a trovare la giovane, ma si calmò, poi si mosse verso la tenda armamenti. Entrando nella tenda parlò con l’orco armaiolo:”wolfphine attaccato me, non più avere arco e frecce!” con velocità l’armaiolo prese dei pezzi di ferro grezzo, dovevano essere vecchie armi rotte, e li diede all’orco che con tranquillità andò verso il fuoco centrale attrezzato al campo. Arrivato lì, con una tenaglia dal manico lungo mise i pezzi di ferro al centro del fuoco, in mezzo ai carboni, dove la temperatura era maggiore e aspettò. Nel frattempo prese un secchio d’acqua e se lo mise vicino, poi un’incudine e un martello, e infine una pietra levigatrice. Poco dopo, soffiando in mezzo al fuoco per fare aumentare la temperatura, i pezzi di ferro erano diventati prima rossi e poi arancioni, quasi giallognoli, risultando morbidi e malleabili. Con le lunghe tenaglie prese due pezzi di ferro e iniziò a batterli col martello sull’incudine, come si unirono, li rimise nei carboni e ne prese altri due battendoli a loro volta. Continuò così finché non unì tutti i pezzetti di metallo grezzo in un unico pezzo di metallo. Per gli orchi normali adesso bastava dare un parvenza di forma di arco e unire le due estremità con un filaccio, ma a lui balenò in testa una idea strana. Nonostante avesse unito e formato il pezzo di metallo, continuava a riscaldarlo e batterlo più e più volte. Normalmente in tempi di guerra non si avrebbe perso tempo, e i normali orchi lo avrebbero trovato una perdita di tempo. Lui continuò per ore nel prenderlo e batterlo più volte. Il suo insistente battere aveva mescolato le impurità del carbone col ferro, e l'aveva trasformato in un acciaio di bassa qualità, me era sempre meglio del ferro grezzo. Anche il colore pareva più chiaro e lucido, al contrario del colore grigio scuro e opaco del ferro con parti fortemente arrugginite. Una volta ottenuto il colore omogeneo per tutta la barra di acciaio si mise a piegarlo, sempre rovente, con le tenaglie, gli diede la forma che aveva in testa. Anziché fare un arco corto, creò un arco lungo, di maggiore gittata e minore velocità, ma la maggiore gittata unita alla nuova flessibilità dell'arco d'acciaio, lo rese particolarmente preciso. Finito di lavorare l'acciaio, adesso serviva un filo, possibilmente resistente e morbido. Col suo nuovo arco in mano, si mise in cerca per il campo del filo a lui congeniale. Camminava con circospezione in mezzo alle tende, ovunque orchi stavamo riposando rumorosamente, ormai era notte fonda, era stato totalmente preso dal suo lavoro non s’era accorto che neanche aveva mangiato. Cambiò direzione verso la tenda provviste per rimediare alla sua dimenticanza, nonostante il suo risveglio da quello strano sonno ristoratore di qualche ora prima, aveva una strana fame, si sentiva carico di energie ma al tempo stesso enormemente affamato. Decise allora di cercare di colmare almeno in parte la sua fame e una volta arrivato, notò l’orchessa che a lui interessava, era distesa a dormire su una panca vicina alla tenda viveri. Con fare grottesco, diede due forti strattoni alle spalle dell’orchessa per svegliarla dal suo sonno. Dopo altre due strattoni, l’orchessa si svegliò bruscamente dal sonno e si alzò girandosi e cercando la sua fonte di disturbo. L’orco disse rapido:”portato tre cervi, ma no mangiato, fame tanta” poi aggiunse:”perso arco e frecce, wolfphine, difficile uccidere” detto questo iniziò a fissarla intensamente.

Dopo il tanto trambusto causato dalla lotta da poco conclusa, giaceva un silenzio che ristorava un poco. Con gli alberi distrutti dagli artigli del wolfphine il paesaggio risultava deturpato e solitario. I pochi animali della zona erano fuggiti, spaventati dalla presenza maligna dell’animale che rendeva l’aria pesante persino da respirare. L’orco si trova in uno stato di sospensione spirituale mai provato. Nessun dolore, nessuna sensazione. Attorno a lui esisteva solo pace. La pace che raggiungono i morti dopo l’ultimo respiro. Era dunque morto? Le sensazioni da lui provate parevano rispondergli positivamente. Adesso era lì che fluttuava in una zona completamente bianca, non c’era nient’altro e nessun altro. Solo il vuoto.

Adesso, dopo una frazione di tempo imprecisato, si trovava a dondolare come se qualcuno lo portasse di peso sulle spalle. Strana sensazione per un morto, pensò lui. Dopo infiniti dondolii aveva smesso di dondolare, si sentiva supino avvolto da uno strano calore. Tutto d’un tratto nella bianca luce che lo avvolgeva apparve una presenza sfocata, riconobbe la fisicità tipica degli umani: o era un uomo mingherlino o un elfo robusto, ma non riconosceva nient’altro. La strana figura era avvolta da un mantello che nascondeva il volto con un cappuccio. Parlava una strana lingua mentre gesticolava con le mani sopra l’orco, e lui sentiva quello strano calore aumentare, mentre aumentava anche la sensazione di pace. Dopo un po’ di tempo, sempre imprecisato, la strana figura scomparve, e scomparve anche la sensazione di calore e pace.

Si ritrovava con la faccia umida e un qualcosa di ruvido gli raspava il viso, lasciandolo sempre più bagnato. Qualcosa continuava a raspare il viso sempre più frequentemente, e ritrovando il viso tutto bagnato di una sostanza calda e leggermente appiccicosa. Le frequenti e continue raspate d’un tratto gli fecero riprendere conoscenza, un po’ frastornato dalla lunga stasi, si guardò intorno. Vicino a lui c’era un cucciolo di lupo che aveva le piccole fauci sporche di rosso, sicuramente era sangue. Si guardò a fondo, doveva aver perso molto sangue, ma non aveva tracce di ferite. Ricordava chiaramente di esser stato seppellito dal wolfphine e trafitto dai suoi peli acuminati. Il lupo, pensò, sicuramente mi ha morso, per questo è sporco di sangue. Ma non sentiva dolore, si ispezionò ancora una volta, nessuna traccia di ferite da aghi o morsi. Rimase spiazzato da questa strana situazione. All’improvviso si ricordò della sua missione e del tempo in scadenza, si guardò finalmente intorno e si trovava più in alto rispetto a dove aveva combattuto con wolfphine. Cercò qualche traccia ma non riconobbe nulla, solo qualche impronta mai vista prima che diventavano più profonde allentandosi all’indietro. Capì di essere stato trasportato, e di essere stato guarito. Ma il motivo? Perché qualcuno dovrebbe salvare un orco? Forse la strana figura a lui sfocatamente apparsa ne era responsabile? Continuava pensieroso a guardarsi intorno, c’era sempre il lupo che aveva gli occhi fissi su di lui con uno sguardo languido. Trovò non lontano da lui le prede da lui uccise prima dello scontro quasi fatale. Nessuna traccia dell’arco o delle frecce, ma in fin dei conti non glie ne importava più di tanto, erano solo pezzi di ferro. Si avvicinò ai tre cervi morti, e notò che uno di essi era stato azzannato mancando di qualche pezzettino di carne. Allora capì che il cucciolo di lupo era stato attirato dall’odore di sangue e che aveva azzannato qualche pezzo, ecco il perché del suo muso sporco. Intanto il lupo si muoveva dietro di lui sempre con occhi languidi. L’orco fissò attentamente il cucciolo che ricambiò lo sguardo. Istintivamente strappò un pezzo di carne dal cervo azzannato e lo lanciò al lupo che velocemente lo divorò di buon gusto. L’orco tenne lo sguardo fisso sul lupo fino a che non ebbe finito, poi si mise in spalla le tre prede e si mise a correre in direzione del campo. Il lupo dopo qualche momento di incertezza esitante, silenziosamente di mise a seguirlo mentre, con estrema tranquillità il sole, lentamente, era quasi giunto sul finire del tramonto.

Il sole stava ormai correndo verso il tramonto, aveva già toccato con un lato la montagna, e piano stava scomparendo dietro di essa. La luce tra le fronde dei pochi alberi era di un rosso cremisi, la velocità della corsa non era mutata per tutto questo tempo che stava correndo, non riusciva a pensare da quanto tempo ormai stava procedendo a così tale velocità ma poteva ben proseguire. Certo che la corsa era difficoltosa, stava correndo in salita da un tempo imprecisato, portando sulle spalle tre cervi morti. Vedeva il terreno scorrere sotto di lui velocemente ma allo stesso modo purtroppo non lo vedeva cambiare, era ancora un terreno erboso. Iniziò a sentire il rumore della cascata Arcobaleno era lontana, non stava facendo la stessa strada di prima, ovviamente per guadagnare tempo stava facendo una strada più diretta, la cascata infatti adesso era più in basso rispetto a lui, e lo sentiva chiaramente, solo che forse non aveva ancora tutto questo tempo a disposizione per tornare al campo, il tempo stava scadendo. Il problema e che adesso sentiva che qualcosa lo stava seguendo, forse attirato dall’odore del sangue che si portava dietro. Forse è qualche animale che fiutava il peso che si portava dietro, penso tra sé. Mentre correva il suo fiato sbuffava tra i canini aguzzi, la bocca semi aperta per aspirare più ossigeno possibile, adesso, con la quota che aumentava man mano che correva, l’aria si faceva troppo rarefatta per mantenere quella andatura e qualcosa lo stava seguendo velocemente. Il suo incarico si faceva sempre più difficile, il tempo stringeva, l’andatura andava scemando e quel qualcosa continuava a seguirlo. Non aveva scelta, doveva affrontarlo prima che fosse troppo tardi, se aveva intenzioni ostili poteva non dargli il tempo per reagire, anche se sappiamo che il nostro amico orco ha i tempi di reazione più rapidi dei comuni orchi. Rallentò l’andatura cercando di scrutare con la coda dell’occhio alle sue spalle, nel tentativo di trovare quella cosa che lo seguiva. Vedeva solo le scie lasciate dai piccoli arbusti che si lasciava dietro mentre correva, nulla di strano o di anormale.

Ad un tratto il rumore di un ramoscello spezzato tradì il suo inseguitore. Riuscì a rilevare la sua presenza ma: era troppo vicina. Si girò di scatto verso la direzione del rumore ed era troppo tardi, qualunque cosa fosse era già sopra di lui sovrastandolo con la sua ombra. Con uno scatto fulmineo alzò l’arco a protezione ma quell’essere con una artigliata altrettanto fulminea, fece volare via l’arco dalle sue mani, fu allora che l’orco fece finta di cadere all’indietro cercando di rotolare via ma l’ombra fu di nuovo su di lui e con due rapidi calci mentre rotolava lo spinse lontano da lui. Rialzatosi in fretta e guardando che i suoi stivali erano pieni di spine, riuscì a capire di che animale si trattava, era un wolfphine (pronuncia: uolfpain). Da queste parti è un tipico animale di alta montagna, di solito caccia in solitario, e poi capirete il perché, ma sono soliti non salire troppo di quota, evidentemente questo in particolare era molto affamato e si è spinto molto lontano dalle sue normali terre di caccia, aiutato forse dall’odore del sangue. Il wolfphine è un animale simile ad un lupo, ma più grande di un grizzly, ovviamente zampe artigliate molto grosse e pericolose, le anteriori più grandi rispetto alle posteriori, ha una mascella in grado di frantumare il tronco di un albero ed è ricoperto di lunghi peli acuminati come spine di un riccio. Appena riconobbe il tipo di animale, l’orco subito realizzò che sarebbe stata una sfida molto dura senza le armi appropriate. Fece per prendere una freccia dalla faretra alle sue spalle ma non trovandole si rese conto che erano tutte sparse per terra, probabilmente erano fuoriuscite mentre rotola calciando via la minaccia. Intanto l’animale rialzatosi mostrava gli artigli e digrignava i denti mentre gli girava intorno, preparando il suo prossimo attacco. Si acquattò pronto allo scatto puntando l’orco. Con un rapido scatto e successivamente un balzo fu di nuovo sulla sua preda che sfuggì all’attacco fintando di buttarsi da un lato e schivando invece dall’altro. Questo diede il tempo all’orco di raccogliere da terra un grosso bastone irregolare e di mettersi in guardia aspettando il prossimo attacco. La belva infatti non tardò ad attaccare, fece di nuovo scatto ma questa volta non balzò ma continuando la corsa attaccò dal basso. L’orco immobile aspettava la sua mossa e arrivata a giusta distanza, con un rapido e forte attacco l’orco colpì il suo nemico lateralmente tra testa e collo con una violenza tale da mandare in frantumi il pezzo di legno usato come arma. L’animale, infuriato per il colpo, incassò il colpo scuotendo la testa, un millesimo di secondo prezioso per l’orco per rotolare via e recuperare due frecce precedentemente cadute, adesso mancava solo di trovare l’arco. Dovette ridare subito l’attenzione alla bestia che stava riattaccando di nuovo dal basso. Fintando di nuovo a destra e poi schivando a sinistra, l’orco attaccò con la freccia nella mano destra e gliela conficcò violentemente nell’occhio sinistro. La bestia in un misto di odio e dolore iniziò ad ululare e ringhiare correndo da ogni parte come un ossesso. L’orco approfittando della situazione si mise a correre nella direzione dove era volato via l’arco, trovandolo dopo poco tempo. Nel frattempo la bestia, ancora sofferente per la freccia conficcata nell’occhio, divenne una furia ed iniziò a tranciare con le sue possenti zampe artigliate i pochi alberi attorno, cercando l’oggetto del suo odio. Ecco che lo vide mentre raccoglieva l’arco e senza perdere tempo iniziò a corrergli contro caricandolo furiosamente. L’orco raccolse l’arco e incoccò l’unica freccia che aveva mirando sulla bestia. La corsa furiosa era quasi giunta al termine e ormai stava per sferrare l’attacco decisivo. L’orco non cercò di schivare l’attacco, ma rimase freddo e immobile mantenendo la mira sulla belva, forse era la sua ultima occasione per ucciderla e tese la sua arma fino allo stremo. La bestia ormai gli era sopra, spalanco le fauci e un attimo dopo l’orco rilasciò il suo arco. La freccia lanciata da una forza estrema e da una vicinanza tale, sibilando entrò dalla bocca e uscì dalla testa forando il cranio. Sul colpo la bestia morì cadendo di peso sopra all’orco che non riuscì a spostarsi in tempo, l’orco rimase schiacciato dal suo peso enorme e come se non bastasse fu trafisso quasi dappertutto dai suoi peli acuminati.


Riuscirà il nostro amico orco nel togliersi dai guai? Riuscira a tornare al campo in tempo per mantenere la sua promessa? Riuscirà a trovare quel che cerca? Queste e altre domande troveranno risposta nei prossmi episodi di: Orc.
Non mancate. Simone

Superato il branco di cinghiali, avanzando ormai con pura ostinazione, si addentrò maggiormente nella foresta. Mentre il tempo scorreva lento e inesorabilmente, il sole, che prima era alto in cielo, adesso era basso tra le vette della montagna. Nella foresta, dove rumori di sottobosco cercavano di distrarre la sua attenzione, l’atmosfera si fece più cupa, i raggi solari difficilmente riuscivano a passare tra i rami, ormai divenuti molto fitti. Dopo diverso tempo che correva riuscì finalmente a fiutare l’odore inconfondibile di cervo. Per non perdere altro tempo mentre correva silenzioso come un ninja, incoccò subito la freccia che per tutto questo tempo era rimasta in mano, l’odore era sempre più vicino. Scrutò in lontananza una piccola radura assolata dove alcuni cervi brucavano spensierati l’erba, rallentò la corsa e si mise controvento, tirò con tutta la sua forza orchesca quel pezzo di metallo che gli orchi definisco arco, il metallo si piegò quasi sofferente, stridendo un poco, lasciò vibrare l’arco dopo aver preso velocemente la mira, l’arco rumorosamente scoccò la freccia in una velocità assurda per quanto era teso, senza perdere altro tempo prese un’altra freccia e la incoccò velocemente, tese di nuovo l’arco, e scoccò una seconda freccia. La prima freccia trafisse un cervo all’altezza del torace, l’urto tremendo di una freccia orchesca lo fece volare per una decina di metri, talmente era distruttiva la sua potenza, il cervo morì sul colpo senza accorgersi di nulla. Mentre il primo cervo trafisso volava, il secondo veniva raggiunto anch’esso dalla freccia, questa volta però colpì il collo del povero animale che volando anche lui per il tremendo colpo, fermò il suo volo su di un albero e la freccia penetrò anche l’albero inchiodando quel povero animale che, per fortuna, soffrì per poco tempo prima di morire. Un terzo cervo, accortosi di tutto l’accaduto forse un po’ in ritardo, alzò vispamente la testa per capire cos’erano quei rumori, vedendo i suoi compagni trafitti dalle frecce, cercò di scappare ma l’orco prontamente incoccò un’altra freccia e subito vibrò il colpo che trafisse il povero cervo facendo volare anch’esso per una decina di metri. Prese delle foglie di ortica selvatica, molto spinosa da queste parti, e molto velenosa, per un essere umano, ad un orco il veleno causava solo un leggero mal di pancia. Sistemò le foglie di ortica sulle ferite dei cervi dopo aver estratto le frecce, le sistemò in modo tale da non permettere una fuoriuscita eccessiva di sangue, non aveva tempo per stare lì a far dissanguare i tre animali, e correre lasciandosi una scia di sangue non era proponibile sulla montagna Skyscreach. Appena terminò, si mise i tre animali in spalla e prese a correre a tutta velocità verso il campo degli orchi.


Nel prossimo appuntamento ci sarà un po più di azione, si presenterà il primo vero pericolo per il nostro amico orco....non mancate..... Simone

(parte 4)

Facendo attenzione riuscì ad arrivare alla base delle rocce, appena toccato l’erba si inginocchiò e si guardò intorno furtivo, sentiva ancora l’odore di un animale ma non riusciva a capire il tipo. Prese in mano l’arco e preparò silenziosamente una freccia da scoccare, mentre avanzava verso la fonte dell’odore. Si avvicinò al laghetto facendo particolarmente attenzione nello scorgere animali ma non vide nulla; girò intorno al lago ma nessuna traccia di animali, fu allora che si rimise a fiutare meglio percependo un odore più forte. Sentiva chiaramente un forte odore di cinghiali, numerosi cinghiali, forse in branco. Provenivano un po’ più a valle di dove era arrivato, si mise a riflettere se valeva la pena continuare a scendere ma se lì non c’era niente non aveva senso rimanere. Tenendo sempre l’arco e una freccia in mano, si mise a correre silenziosamente a come un ninja. Riuscite ad immaginare un orco grande, grosso e verde che corre come un ninja? E beh! Il nostro orco era speciale, l’avevamo già detto no? Dotato di una agilità fuori dal comune per gli orchi, forse superiore persino ad alcuni umani. Ovviamente non lo paragoniamo ad un elfo, lì la differenza è ancora grande. Comunque non era silenzioso come un cacciatore elfo, ma i suoi sensi lo aiutavano parecchio, era capace di nascondersi appena si avvicinava troppo alla preda non facendosi notare, mimetizzandosi fra l’erba alta della montagna. Correndo, il nostro orco, era giunto vicino ad una piccola foresta dove si annidavano, secondo il suo olfatto, dei cinghiali, giunto al limitare rallentò la corsa e si chinò leggermente aguzzando la vista. Addentrandosi nel bosco, notò che era relativamente giovane, forse il freddo pungente a cui la montagna era solita rintanarsi stava leggermente cambiando, tutto il clima del pianeta era in lenta ma continua evoluzione. Impercettibilmente per gli essere umani, ma per gli elfi e orchi la storia era diversa essendo loro molto longevi se non immortali. Alcuni studiosi umani affermavano che gli orchi erano, molte ere in passato quasi agli albori del pianeta, una razza particolare di elfi, differenti anche dagli elfi della notte. Ovviamente sono solo ipotesi, non ci sono prove o spiegazioni in merito a questa strana mutazione che ha portato una nobile e pacifica razza come gli elfi nel divenire rozzi e guerrafondai orchi. La foresta presentava numerosi alberi piniformi ricoperti da uno strato delicato di umido muschio, ai piedi uno strato di erba anch’essa umida, alta fin sopra le ginocchia del nostro amico verde. Sparsi qua e là funghi di vari colori e forme. Insetti non ve ne erano, il freddo era ancora troppo per loro. Un passo silente dopo l’altro, acquattato a terra, l’orco si avvicinava silenziosamente ad un gruppo di cinghiali che muovendosi in gruppo stavano mangiando quel poco che quella foresta poteva offrire. “Dannazione, cinghiali. Mé servono cervi!” pensò all’improvviso, e cercò di sgattaiolare dietro di loro per proseguire la caccia al cervo.

(parte 3)

Con grandi passi decisi l’orco scendeva in direzione della valle. Fiutava l’odore inconfondibile di fiori perfettamente sbocciati e sperava di trovare uno specchio o corso d’acqua dove cacciare le prede. Da quando aveva lasciato il campo erano passate circa tre ore, il sole era ancora alto in cielo e mancavano diverse ore al tramonto. Non aveva fatto altro che scendere a valle per cercare l’habitat adatto dove cacciare i cervi di montagna, graziosi e gustosi animali da cacciare, la loro carne è l’ideale per una tribù di orchi in movimento. E’ una carne ricca di elementi essenziali per nutrire i possenti muscoli degli orchi che, in situazioni come questa dopo giorni e giorni di marcia, consumano parecchie energie arrivando quasi allo stremo delle forze. L’orco si sentiva motivato per la buona riuscita del suo incarico, adesso sentiva che aveva trovato qualcuna come lui, un orco che poteva abbandonare la vita estrema di tribù, fatta di guerre e di migrazioni di massa. Nella sua mente per un attimo balenò un pensiero felice che per una frazione di secondo gli fece perdere l’orientamento nella piccola foresta in cui era entrato. Fermandosi si guardò la mano destra. Guardò attentamente il palmo aperto come per cercare di carpire il suo futuro. Dopo qualche secondo strinse all’improvviso la sua mano in un pugno. In un pugno ferreo di un orco. Adesso era ancora più deciso. La buona riuscita di questa missione poteva cambiare la sua vita. Riprese la sua discesa correndo, sapeva che doveva fare in fretta. Più scendeva e più avrebbe dovuto risalire. Ormai i fiori erano vicini ma iniziava a sentire nelle orecchie come un rombo di tuono. Affrettò la corsa per capire la natura di quel fragore sempre più assordante. All'improvviso la boscaglia finì e si fermò stupefatto perché davanti a lui si apriva in tutta la sua maestosità la Cascata Arcobaleno. Le acque del Fiume Rapido dopo aver acquistato velocità, essersi accumulate dagli immensi ghiacciai di Gnastarok, dopo infiniti turbinii tra le rocce della catena montuosa e dopo aver percorso infinite leghe dalla sorgente, arrivano qui e piombano a picco formando le cascate più alte della montagna. Nonostante si trovasse su un'altura ancora molto distante dalle cascate, il rumore alle sue orecchie era quasi insopportabile. Dopo essersi meravigliato a lungo per quella visione e per aver visto per la prima volta un arcobaleno, che si librava nel cielo dal vorticare impetuoso delle acque che toccavano la base della cascata, tornò in sé. Forse nessun orco sarebbe rimasto di sasso a questa stupenda vista, ma sapeva di essere particolare, se non del tutto speciale. Scrutando la base della cascata, dove si era formato dopo ere di erosione dell'acqua un laghetto nella roccia, vide tra la nebbiolina che generava l'arcobaleno diversi fiori attecchiti alle rocce umide. Aveva raggiunto l'origine del profumo da lui seguito, distinguendo chiaramente anche un altro tipo di profumo, un odore di animale dalla folta peluria, forse un cervo, ma non riusciva a vedere la sua origine. Nel dubbio iniziò la discesa tra le rocce del pendio impervio da lui raggiunto. Rocce umide e rese scivolose dal muschio possono essere un pericolo anche per i piedi di un orco e il peso della sua mole non aiuta certo la discesa. Piano piano, aggrappandosi con le mani alle rocce, scendeva la rupe e cercando di mettersi controvento in direzione del laghetto, per evitare che una possibile preda fiutando il suo odore potesse scappare.


(immagine liberamente prelevata dal sito: www.elderscrolls.com )

(parte2)


Dopo una settimana di viaggio ininterrotto, se non per qualche piccolo dissesto delle colonne, il capo tribù arrivati su un altopiano esclamò ruggendo:”Fasturk!” A quell'ordine tutti gli orchi ruppero le colonne velocemente iniziarono a montare il campo. Erano ormai arrivati oltre il valico e da giorni stavano scendendo, la vallata era ancora lontana ma la temperatura era salita ed a quell'altitudine, circa 4000 metri, si iniziava a vedere un po' di vegetazione e un po di selvaggina, poca roba che si era adattata a quella temperatura bassa, ma sufficiente per ricaricarsi un po' per poi riprendere il viaggio. L'orco aveva finito in poco tempo la costruzione della tenda a lui assegnata, formata da cinque travi di legno con una estremità conficcata nel terreno e le altre unite in un incrocio legate e da delle funi. Così montata la tenda risultava irregolare ma con la copertura esterna di pellicce di animali cucite tra di loro, il suo compito, che era quello di offrire un piccolo riparo, era ottimamente portato a buon fine. Finito di raccogliere i primitivi utensili li riconsegnò alla tenda appropriata e si diresse verso la tenda armi. Senza pensarci troppo mise le mani ben decise su di un arco: una lamiera di ferro grezzo. Solo la forza di un orco poteva riuscire a tendere quel tipo di arco. Ma la potenza della freccia era di gran lunga superiore ai normali archi. A distanza ravvicinata poteva trapassare una armatura di maglia con il suo proprietario dentro senza alcuna difficoltà. A lunghe distanze peccava di precisione, ma la forza bruta era di casa tra gli orchi, non la precisione.
Con l'arco in mano e con la faretra in spalla, l'orco si avvicina alla tenda delle provviste, sempre con lo sguardo preoccupato ostinandosi a cercare tra le femmine di orco la ragione delle sue continue ossessive preoccupazioni. Si sentiva poco orco tra tutti gli altri, aveva un qualcosa dentro che tormentava la sua esistenza. Per lui il combattimento aveva perso l'importanza, adesso continuava a cercare un qualcosa di diverso da cui trarre giovamento. Fin da quando era giovane si era dimostrato diverso dagli altri giovani orchi, aveva una straordinaria agilità e sensibilità verso quelle cose a cui i normali orchi non prestavano attenzione. Per essere un orco berserker non aveva mai perso la ragione, non era mai entrato in quello stato di odio furioso verso tutto e tutti. Se non era per le sue straordinarie doti di combattente: forte e resistente come gli orchi ma più agile di essi, sarebbe stato motivo di vergogna per la tribù. Riusciva a colpire praticamente tutto con l'arco, e nel corpo a corpo riusciva a sfruttare al meglio la sua innata agilità per confondere con finte l'avversario e stenderlo ancor prima di farlo reagire. “Chissà se troverò qualcuno come me.” pensò tra sé.
Fermandosi ad osservare gli altri orchi indaffarati notò una giovane di orco che cercava nervosamente qualcosa tra le provviste. C'era un qualcosa di strano in quella femmina, nei suoi modi di fare, nel modo in cui cercava le cose. Rimase un attimo immobile a fissarla silenziosamente e il tutto il caos intorno sembrò svanire ma vedendo che anche lei non riusciva a trovare la causa delle sue preoccupazioni, si avvicinò a lei deciso:”Che serve!” Ringhiò all'improvviso ma lei senza sorpresa o spavento girandosi e guardandolo rispose:”Carne! Qualsiasi animale. Meglio cervo o stambecco. In mancanza; lepri o topi vanno bene.” Aspettandosi l'uno la mossa dell'altra, iniziarono a fissarsi intensamente. Lei notava che lo sguardo di lui aveva un qualcosa di particolare, nessun orco aveva mai guardato una femmina in quel modo, iniziava a sentirsi strana, forse a disagio e sentiva chiaramente un affanno mai provato prima. Lui, dopo averla guardata per un tempo indeterminato, disse:”Cervo! Ti porterò un cervo. Difficile; non per me.” Lei accennò un sorriso mentre lui si avviava a caccia stringendo forte l'arco nelle mani. Fermandosi, voltando la testa per guardarla un ultima volta intensamente, disse:”Prima del tramonto!” Lentamente ma con decisione si avviava verso la vallata.

Orc.

Mascella pronunciata in avanti, canini aguzzi, carnagione verde scuro, orecchie leggermente a punta, scalpo scapigliato con i pochi capelli raccolti in un codino, corpo robusto e muscoloso coperto da pelli di un lupo nero striate di grigio, piedi nudi che calpestano neve, mani forti che stringono un bastone da passeggio affondandolo nella neve ad ogni passo. Il freddo pungente della montagna Skyscreach non intacca minimamente il fisico possente degli orchi:orchi in marcia.

“Gwash!” Esclamò il capo tribù incitandoli. L'orco alzando lo sguardo verso la vetta nascosta dalle nubi, si fermò pensieroso:”Troveremo mai la pace?” Poi stupendosi di questo suo pensiero, lo allontanò dalla sua mente rimproverandosi, scuotendo la testa e riprendendo la marcia:”Vergognati! Un orco berseker che vuole la pace...” fece una breve pausa:”...il mio patriarca mi farebbe uccidere, solo per aver osato pensare...” voltò la testa preoccupato e con lo sguardo si mise a cercare nella colonna alle sue spalle. Vide giovani orchi che accompagnavano femmine di orchi alla guida di carri ma non vide ciò che cercava:”...la pace....” poi stringendo più forte il bastone e animando di nuovo vigore la marcia:”La pace non è per noi orchi!”

La marcia continuò per ore e ore, per giorni e giorni, senza sosta, sempre salendo su per la montagna cercando il valico per attraversare la catena montuosa. L'imponente catena dei monti Gnastarok, nome dato dagli orchi del nord che significa “roccia dura”,è formata da picchi altissimi e la più alta, Skyscreach, arriva a toccare 16000 metri. Gnastarok si distingue dalle altre montagne per la forma delle sue vette, così regolari che sembrano tagliate di netto, quasi squadrate; e poi la roccia era così insolitamente dura che persino i nani scavatori più esperti trovavano difficoltà nel frantumarla e furono costretti ad abbandonare tutte le caverne scavate per trasferirsi in un luogo più confortevole. Il paesaggio a 10000 metri, per chi se lo poteva godere, era fantastico: se la temperatura polare e la carenza di ossigeno non ti disturbava troppo, potevi goderti la vista della vallata, con i suoi fiumi, laghi e foreste, a separarti da lei solo una massiccia distesa infinita di roccia e neve. Da quell'altezza si poteva notare il tempo meteorologico per tutto il resto della valle fino agli estremi confini sud, dove iniziava il deserto. Certo che gli occhi degli orchi non erano così sensibili come gli occhi degli elfi, ma comunque erano occhi quasi sopranaturali, capaci di adattarsi al buio come qualsiasi animale cacciatore, ed assieme all'olfatto particolarmente sviluppato, gli orchi erano per natura abilissimi cacciatori, unendo ai sensi sviluppati la loro forza bruta e il fisico così resistente, nessun animale poteva a loro sfuggire.

Pensando al suo destino incerto l'orco continuava la sua marcia ed ogni volta che la sua colonna si fermava, volgeva il suo sguardo preoccupato alla colonna alle sue spalle, sempre non trovando l'origine di quella sua preoccupazione. Ogni volta tormentosi pensieri di pace lo sorprendevano e ogni volta li scacciava, animando con nuovo vigore quella marcia infinita. Quella marcia verso il destino.

Era il tempo delle antiche leggende, quando i draghi volavano ancora fieri tra i nostri cieli e la forza della Terra era temuta e rispettata, nota a tutti con il nome della: magia!
In una campagna ai margini della capitale di un piccolo regno di nome Reniu, un folto gruppo di orchi si apprestava ad assediare il castello. Diverse migliaia di orchi con corazze di ferro grezzo, avvicinandosi minacciosi con il loro tamburi e con urla animalesche. La popolazione, subito allarmata da questi rumori inumani, cercava rifugio tra del mure del castello correndo terrorizzati verso i soldati ma tanta era la paura, che i più piccoli venivano atterrati e calpestati dai più scalmanati. Mentre l'avanzata nemica verso le mura non cessava, i soldati cervano di organizzare le difese al meglio, disponendo il maggior numero di arcieri possibili sulle mura, e ogni tanto sistemare un piccolo drappello di spadaccini tra le loro file e di dotarli di un grande scudo a torre, sufficiente per proteggere due uomini rannicchiati. Mentre le difese impazzivano per ultimare i preparativi, il nemico avanzava incessante verso l'appuntamento con la gloria o con la morte.
Ma ecco che dal palazzo reale tre strane figure uscivano in direzione dei cancelli esterni, proprio quelli lasciati all'abbandono dalle guardie per concentrarsi solo su quelle interne per evitare una spaccatura tra le linee difensive.
Il primo era un ragazzo vestito di una enorme armatura di mithril e armato con uno spadone consacrato al dio Allegen, il secondo era vestito tutto di nero ad eccezione di un mantello rosso fuoco e non portave armi con se, il terzo era un elfo dai capelli castani vestito di verde e ammantato con un mantello marrone, tra le sue mani un lungo arco finemente lavorato da artigiani elfici e sulla schiena una faretra con frecce in mithril.
Il primo si fermò dietro il cancello, sguainando la spada e raccogliendosi in preghiera, gli altri due salirono sulle mure sopra il cancello scrutando la marea nera che andava schiantandosi sulle difese esterne del regno. L'elfo si chinò tranquillo e controllò l'incordatura del suo arco, l'altro si stiracchiò gambe e braccia lanciando occhiate malvagie sull'orda che continuava ad avanzare.
Ormai il suono dei tamburi era diventato insopportabile, segno che l'orda era prossima ad attaccare ed i tre individui si prepararono a respingerli.